Santi Potino, Blandina e compagni

† 177

Martiri, un vescovo e fedeli delle Chiese di Lione e Vienne

I santi Potino, Blandina e compagni sono martiri delle Chiese di Lione e di Vienne, nella Gallia romana, che diedero la vita per la fede nel 177, sotto l'imperatore Marco Aurelio. Il Martirologio Romano fa memoria il 2 giugno del vescovo Potino e di Blandina con quarantasei compagni.

Conosciamo la loro storia da una lettera che queste due Chiese inviarono ai fratelli dell'Asia e della Frigia; la conservò Eusebio di Cesarea nella «Storia ecclesiastica». Tra i fedeli c'erano persone giunte dall'Asia Minore, come Attalo di Pergamo e il medico Alessandro, originario della Frigia. La persecuzione cominciò con l'odio della folla: ai cristiani si impediva l'accesso alle case, alle terme e al mercato, poi si cominciò ad arrestarli e a condurli davanti al governatore.

Il vescovo Potino aveva più di novant'anni e per la debolezza respirava a fatica. Interrogato dal governatore su chi fosse il Dio dei cristiani, rispose: «Se ne sarai degno, lo conoscerai». La folla lo percosse e gli scagliò contro tutto ciò che capitava sotto mano, e due giorni dopo morì in carcere. Il diacono Sanctus di Vienne, a ogni domanda sul suo nome e sulla sua origine, rispondeva in latino soltanto: «Sono cristiano». Giovanni Paolo II ricordò queste parole nel 1986 nell'anfiteatro delle Tre Gallie a Lione, nel luogo del loro martirio.

Blandina era una schiava; anche la sua padrona era tra i martiri. I fratelli temevano che la fragile Blandina non resistesse, ma lei sopportò le torture dal mattino alla sera, finché i carnefici ammisero di non sapere che altro farle. Ripeteva: «Sono cristiana e da noi non si fa nulla di male». Nell'anfiteatro fu legata a un palo per essere divorata dalle belve. Pendeva come da una croce e pregava, e i compagni vedevano in lei il Crocifisso.

L'imperatore ordinò di mettere a morte quelli che confessavano la fede e di liberare quelli che la rinnegavano. Durante una festa pubblica, coloro che avevano la cittadinanza romana furono decapitati e gli altri furono gettati alle belve; altri morirono in carcere. L'ultimo giorno dei giochi Blandina incoraggiò Pontico, un ragazzo di circa quindici anni, che perseverò fino alla fine. Lei morì per ultima: dopo la flagellazione e la sedia di ferro arroventata fu avvolta in una rete e gettata a un toro, e infine fu uccisa con la spada. I corpi dei martiri furono bruciati e le ceneri gettate nel Rodano.

I prigionieri non permettevano che li si chiamasse martiri: davano questo nome solo a quelli che avevano già dato la vita. Pregavano per i loro carnefici e sostenevano i fratelli che erano caduti. Raccomandarono inoltre a papa Eleuterio il presbitero Ireneo, che portò a Roma la lettera della comunità. Il viaggio lo salvò dalla persecuzione e al suo ritorno divenne il successore di Potino.

I martiri di Lione sono venerati fin dall'antichità, senza una canonizzazione formale. Benedetto XVI, parlando nel 2007 di sant'Ireneo, ricordò almeno quarantotto martiri, tra cui il vescovo novantenne Potino. Giovanni Paolo II disse a Lione che la loro testimonianza appartiene a tutti i cristiani e a tutte le Chiese.