Santa Rafqa

Suora · 1832-1914

Vergine, monaca maronita del Libano, cieca e paralizzata

Santa Rafqa, chiamata anche Rebecca, fu una monaca maronita libanese. Negli ultimi ventinove anni della sua vita sopportò una grave malattia, la perdita della vista e la paralisi, unendo la propria sofferenza alla Passione di Cristo. Il Martirologio Romano la ricorda il 23 marzo, giorno della sua morte.

Nacque il 29 giugno 1832 a Himlaya, un villaggio ai piedi dei monti del Libano, in una povera famiglia maronita. Al battesimo ricevette il nome di Boutroussieh, cioè Pierina. A sette anni perse la madre. Alcuni anni dopo il padre, caduto in povertà, la mandò a servizio presso una famiglia cattolica di Damasco, dove rimase quattro anni. Al suo ritorno i parenti volevano darla in sposa, ma lei rifiutò, perché aveva riconosciuto in sé la vocazione alla vita religiosa.

Nel 1853 entrò a Bikfaya nella congregazione delle Mariamette, suore dedite alla scuola, e ricevette il nome di Anissa, cioè Agnese. Dopo aver emesso i voti svolse i lavori domestici nel seminario di Ghazir e nel tempo libero studiava l'arabo, l'ortografia e l'aritmetica. Poi per molti anni insegnò lei stessa ai bambini in diverse località del Libano. Nel 1860, durante la sanguinosa persecuzione dei cristiani, si trovava a Deir al-Qamar. Si raccontava che vi avesse salvato un bambino nascondendolo sotto il suo mantello.

Nel 1871 la congregazione delle Mariamette fu unita a un'altra. Suor Anissa, che desiderava un'unione più stretta con Dio, entrò allora nel monastero di San Simone ad Aïtou. Esso apparteneva all'Ordine Libanese Maronita, lo stesso in cui visse san Charbel Makhlouf. Emettendo i voti solenni prese il nome di Rafqa, cioè Rebecca, che era stato quello di sua madre. Ad Aïtou trascorse ventisei anni colmi di preghiera e di lavoro.

La prima domenica di ottobre del 1885, quando aveva più di cinquant'anni e godeva di buona salute, chiese nella preghiera che Dio la visitasse con la sofferenza e le concedesse di partecipare alla Passione di Cristo. Quella sera stessa avvertì un forte dolore alla testa, che presto si estese agli occhi. Le cure non giovarono e durante un'operazione perse l'occhio destro. Nel 1897, insieme ad alcune monache, si trasferì nel nuovo monastero di San Giuseppe a Jrabta. Due anni dopo divenne completamente cieca e col tempo la malattia le paralizzò il corpo.

Le rimasero valide soltanto le mani, con le quali lavorava a maglia. Non si lamentava del suo stato e ringraziava Dio di poter partecipare alla sofferenza di suo Figlio. Ripeteva spesso: «In comunione con la tua sofferenza, o Gesù». Morì il 23 marzo 1914 nel monastero di San Giuseppe a Jrabta.

Giovanni Paolo II la beatificò il 17 novembre 1985 e la canonizzò il 10 giugno 2001 in piazza San Pietro. Nell'omelia disse che Rafqa traeva dall'unione con Cristo crocifisso la forza di accettare volontariamente la sofferenza e di amarla. Chiese che vegliasse su tutti coloro che soffrono, e in particolare sui popoli del Medio Oriente.