
Santa Elisabetta della Trinità
Suora · 1880-1906
Vergine, carmelitana scalza, mistica
Elisabetta nacque il 18 luglio 1880. Era una bambina straordinariamente testarda e collerica, e per di più dotata di un'energia inesauribile. Il padre cercava di educarla con la dolce persuasione. La chiamava affettuosamente «piccolo diavoletto». Quando la bambina aveva 7 anni, il padre morì. La madre la educò in modo piuttosto severo. La sua vita fu decisa dagli eventi legati alla preparazione alla Prima Comunione. Elisabetta affermò più volte che quel giorno fu per lei decisivo. Decise di lavorare su se stessa e di dominare il suo carattere difficile: prima era stata una bambina insopportabile e capricciosa, che esplodeva in accessi di collera incontenibile. Del giorno in cui ricevette il Signore scrisse nel suo Diario: «La mia anima è diventata la dimora di Dio, il Signore ha preso possesso del mio cuore. O giorno santo e bello, in cui Gesù è entrato in me e nel profondo dell'anima mi ha fatto udire la sua Voce...».
Da adolescente sperimentò le prime grazie mistiche. Era bella, gioiosa e spontanea nei modi, e suscitava la simpatia di tutti. Era vista come una personalità eccezionale e una ragazza fuori dal comune. Aveva anche talento musicale: nel 1893 vinse un concorso di pianoforte. Godeva di tutti questi piaceri, che però restavano come ai margini della sua vita, perché al centro c'era Cristo. Nelle sale da ballo capitava a Elisabetta di provare nostalgia del tabernacolo.
A 14 anni fece nel suo cuore voto di castità e decise di entrare nel Carmelo. Per alcuni anni, però, non confidò questa decisione alla madre. Quando finalmente lo fece, la madre di Elisabetta le proibì di frequentare il Carmelo, le limitò le visite in chiesa e l'accesso alla santa Comunione e giudicò la decisione della figlia una «religiosità esaltata». Pur con un accesso limitato alla chiesa e ai sacramenti, Elisabetta continuava a ricevere grazie mistiche, di cui però parlava soltanto al suo confessore. Alla fine la madre cedette e diede un riluttante consenso a che la ragazza entrasse in monastero dopo aver compiuto 21 anni. Il suo desiderio di entrare in monastero incontrava la decisa e costante opposizione della madre. Solo quando Elisabetta compì 21 anni, la madre diede il suo riluttante consenso. A 8 giorni dal suo ingresso nel Carmelo la priora chiese a Elisabetta: «Qual è il tuo ideale di santità?». La risposta venne senza esitazione: «Vivere d'amore». «E qual è il modo per raggiungerlo più in fretta?» «Farsi piccolissima, donarsi a Dio per sempre». Il postulandato trascorse sereno. Con l'inizio del noviziato, invece, cominciò per Elisabetta un periodo di tormenti e inquietudini. Sia a lei sia alle sue superiore sembrava che non avrebbe perseverato tra le mura del Carmelo. Ciò nonostante proseguì il noviziato e nel 1903 emise i voti religiosi. Fu allora che la tempesta nel suo cuore cominciò a placarsi.
In cinque anni di lavoro, preghiera e profonda sofferenza salì alle vette della vita spirituale. Il suo nome religioso, «della Trinità», divenne il programma della sua vita e anche la via sulla quale scoprì Dio Uno e Trino. Nel mistero dell'inabitazione di Dio nell'anima trovò il suo «cielo sulla terra» e così visse la sua missione nella Chiesa. Gli ultimi mesi le portarono una grave malattia, che visse come un'ascesa verso Dio attraverso la croce. L'ultima tappa della vita di Elisabetta fu il morbo di Addison, che la colpì nel 1906. Elisabetta lo visse come un'ascesa verso Dio attraverso la croce. L'insufficienza surrenalica, estremamente dolorosa, le provocava grandi dolori fisici e sofferenze nell'assumere il cibo. Le sue ultime parole, pronunciate prima di morire, furono: «Vado alla Luce, all'Amore, alla Vita». Si spense il 9 novembre 1906, all'età di ventisei anni. Fu beatificata da papa Giovanni Paolo II nel 1984. Papa Francesco la canonizzò il 16 ottobre 2016.