
San Giobbe
Uomo di mirabile pazienza, giusto della terra di Us
San Giobbe è una figura dell'Antico Testamento, il giusto della terra di Us la cui prova, il cui lamento e la cui fedeltà sono narrati nel libro di Giobbe. Il Martirologio Romano lo ricorda il 10 maggio come uomo di mirabile pazienza.
Il libro di Giobbe appartiene ai libri sapienziali ed è un capolavoro della poesia ebraica. Non si sa chi lo abbia scritto né quando, né si può stabilire quando sia vissuto Giobbe. Tutto ciò che sappiamo di lui proviene da questo libro. Al di fuori di esso la Scrittura lo menziona solo brevemente: il profeta Ezechiele lo nomina accanto a Noè e a Daniele come modello di giustizia, e la Lettera di Giacomo ricorda ai fedeli la pazienza di Giobbe e la misericordia e la compassione del Signore.
Il libro presenta Giobbe come un uomo giusto, retto e timorato di Dio, che si teneva lontano dal male. Aveva sette figli e tre figlie e grandi greggi e mandrie, e offriva sacrifici a Dio per i suoi figli. Quando Satana chiese al Signore se Giobbe temesse Dio per nulla, il Signore permise che fosse messo alla prova. In un solo giorno Giobbe perse tutti i suoi beni e tutti i figli, eppure disse: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!». Poi lo colpì una grave malattia che gli coprì di piaghe tutto il corpo. Nonostante ciò, come dice il libro, in tutto questo non peccò.
Tre amici, Elifaz, Bildad e Sofar, vennero a consolarlo e per sette giorni rimasero seduti accanto a lui in silenzio. Quando Giobbe maledisse il giorno della sua nascita, cominciarono a sostenere che la sofferenza è sempre castigo per il peccato e che dunque anche lui doveva essere colpevole. Giobbe difese la propria innocenza e chiese a Dio una risposta. Benedetto XVI scrisse che Giobbe poteva lamentarsi davanti a Dio della sofferenza incomprensibile e apparentemente ingiustificata nel mondo. Eppure, tra i suoi lamenti, Giobbe confessò: «Io so che il mio redentore è vivo».
Infine il Signore rispose a Giobbe dal turbine, interrogandolo sui misteri della creazione. Giobbe riconobbe di aver parlato di cose che non comprendeva e confessò che prima conosceva Dio solo per sentito dire, ma ora i suoi occhi lo avevano veduto. Il Signore rimproverò gli amici perché non avevano detto di Lui cose rette come il suo servo Giobbe, e accolse la preghiera di Giobbe per loro. Restituì inoltre a Giobbe il doppio di quanto aveva perduto. Giobbe ebbe di nuovo sette figli e tre figlie e morì vecchio e sazio di giorni.
San Gregorio Magno scrisse su questo libro un ampio commento, i Moralia in Iob, che secondo Benedetto XVI divennero nel Medioevo una sorta di summa della morale cristiana. Nella lettera apostolica Salvifici doloris Giovanni Paolo II insegnò che non ogni sofferenza è conseguenza di una colpa, che la sofferenza dell'innocente Giobbe deve essere accettata come un mistero e che il libro di Giobbe in un certo senso preannuncia la Passione di Cristo. Papa Francesco ha definito Giobbe testimone di una fede che non accetta una caricatura di Dio.
Giobbe non fu mai canonizzato formalmente. La Chiesa lo venera come santo, come i patriarchi, i profeti e altre figure dell'Antico Testamento.