San Cipriano di Cartagine
Vescovo · † 258
Vescovo di Cartagine e martire, autore dell'opera L'unità della Chiesa
San Cipriano fu vescovo di Cartagine verso la metà del III secolo. Guidò la sua Chiesa attraverso persecuzioni, pestilenza e divisioni, e le sue lettere e i suoi trattati, soprattutto l'opera L'unità della Chiesa cattolica, si leggono ancora oggi. Nel 258 subì il martirio. La Chiesa lo ricorda il 16 settembre in un'unica celebrazione insieme al santo papa Cornelio, di cui fu amico e difensore.
Nacque a Cartagine da una ricca famiglia pagana; l'anno della sua nascita non è noto. Divenne famoso come retore e oratore. Si convertì all'età di trentacinque anni, condotto alla fede da un anziano presbitero di nome Ceciliano. Ancora catecumeno, distribuiva i suoi beni ai poveri. Ricevette il battesimo probabilmente verso il 246 e lo descrisse poi come una nuova nascita.
Presto divenne presbitero e, tra la fine del 248 e l'inizio del 249, il popolo lo elesse vescovo, nonostante l'opposizione di cinque presbiteri. Nel 250 scoppiò la persecuzione dell'imperatore Decio. Cipriano si nascose e per più di un anno guidò la comunità per lettera, cosa per cui fu criticato. Molti cristiani rinnegarono allora la fede e poi chiesero di tornare. Cipriano fu severo con loro, ma non inflessibile: li riammetteva dopo la penitenza, e un sinodo a Cartagine nel 251 accolse le sue indicazioni. Nella contesa di Roma sostenne papa Cornelio contro Novaziano.
Quando la pestilenza colpì l'Africa, esortò i fedeli ad aiutare tutti i malati, anche i pagani e i nemici. In seguito nacque un'aspra controversia con papa Stefano I sul battesimo conferito dagli eretici. Cipriano e i sinodi dei vescovi africani ritenevano invalido tale battesimo e lo ripetevano; Stefano difendeva la consuetudine romana, che non ripeteva il battesimo. La controversia non era stata risolta quando Stefano morì nel 257. La Chiesa accolse infine la posizione di Roma, confermata dal Concilio di Trento.
Nel 257, durante la persecuzione dell'imperatore Valeriano, Cipriano dichiarò davanti al proconsole di essere cristiano e vescovo, si rifiutò di rivelare i nomi dei suoi presbiteri e fu esiliato a Curubis. L'anno seguente un nuovo proconsole lo richiamò. Il 14 settembre 258, poiché rifiutò di sacrificare agli dèi, fu condannato a morire di spada. Alla sentenza rispose: «Deo gratias», cioè «Rendiamo grazie a Dio». Fu giustiziato davanti a una grande folla di fedeli. Il suo biografo, il diacono Ponzio, scrisse che fu il primo vescovo in Africa a subire il martirio.
Cipriano è venerato come santo fin dall'antichità. Già nel IV secolo la sua memoria si celebrava a Roma presso la tomba di Cornelio, e il Canone Romano li nomina entrambi. Il Catechismo della Chiesa Cattolica riporta le sue parole: «Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre». Benedetto XVI gli dedicò una catechesi nel 2007. Giovanni Paolo II ricordò che Cornelio e Cipriano, uomini di origine e temperamento diversi, erano uniti dall'amore per la Chiesa e dallo zelo per l'unità della fede.