San Bernardino Realino
Sacerdote · 1530-1616
Presbitero, gesuita, già giurista, patrono di Lecce
San Bernardino Realino fu un gesuita italiano che, prima di diventare sacerdote, lavorò per anni come giurista e pubblico funzionario. Per oltre quarant'anni svolse il suo ministero a Lecce, in Puglia, come confessore, predicatore e soccorritore dei malati, dei poveri e dei carcerati. Il Martirologio Romano lo ricorda il 2 luglio.
Nacque il 1º dicembre 1530 a Carpi, presso Modena, da una famiglia nobile. Il padre era al servizio delle corti dei potenti e spesso lontano da casa, perciò fu soprattutto la madre a trasmettere al figlio la fede. Bernardino studiò a Modena e poi a Bologna, dapprima filosofia e medicina. Su consiglio di una giovane che amava di un amore casto, passò al diritto e nel 1556 conseguì la laurea a Bologna.
Aveva un carattere impetuoso. Quando un arbitro pronunciò una sentenza ingiusta in una controversia patrimoniale della sua famiglia e lo offese, Bernardino sguainò la spada e lo ferì leggermente alla fronte. Se ne pentì amaramente, chiese perdono a Dio e al ferito e accettò senza opporsi la pena dell'esilio. Da allora dominò l'ira a tal punto da diventare un uomo di straordinaria mitezza. A Milano il cardinale Madruzzo, che allora governava il Ducato di Milano, gli affidò l'ufficio di podestà, cioè di amministratore e giudice, a Felizzano, a Cassine e a Castelleone, e poi quello di avvocato fiscale ad Alessandria.
Infine giunse a Napoli. Lì, nel 1564, all'età di trentaquattro anni, rinunciò agli uffici e ai beni ed entrò nella Compagnia di Gesù. Secondo un decreto della Santa Sede del 1941, in questo lo guidò la chiamata della Madre di Dio. Desiderava diventare fratello coadiutore, ma i superiori gli ordinarono di accedere al sacerdozio, e fu ordinato nel 1567. A Napoli fu maestro dei novizi e nei dieci anni trascorsi in città predicò, insegnò il catechismo ai bambini, confessò, visitò i malati e i carcerati e assistette i condannati a morte.
Nel 1574 i superiori lo mandarono a Lecce per fondarvi una nuova casa dell'ordine. Vi rimase quarantadue anni, fino alla morte. Edificò una chiesa dedicata al Nome di Gesù e, grazie alla generosità dei cittadini, anche il collegio dei gesuiti. Fondò un sodalizio dei cittadini più ragguardevoli e con loro visitava gli ospedali e le carceri, riconciliava le famiglie in discordia, procurava la dote alle ragazze povere e si prendeva cura dei prigionieri turchi. La fama della sua santità giunse ben oltre la Puglia: si raccomandarono alle sue preghiere papa Paolo V, il re di Francia Enrico IV e il cardinale Roberto Bellarmino.
Lavorò fino all'estrema vecchiaia. Mentre era in punto di morte, le autorità di Lecce, a nome della popolazione, gli chiesero di diventare patrono della città presso Dio, ed egli accolse la richiesta. Morì il 2 luglio 1616, nell'ottantaseiesimo anno di età. Le sue reliquie riposano nella chiesa del Gesù a Lecce.
Leone XIII lo beatificò il 12 gennaio 1896 e Pio XII lo canonizzò il 22 giugno 1947 nella Basilica di San Pietro, insieme al martire gesuita san Giovanni de Britto e a san Giuseppe Cafasso.